All’amato Me Stesso

Fiumi di persone camminano.
Tutte le direzioni occupate.
Un terminal di un aeroporto, di  una stazione ferroviaria…lo ignoro.
Ombre, passi, suoni.
Una valigia cade.
Una bimba piange.
Persone che corrono, altre mangiano.
Odore di pelle e di gelato.
Estate o tarda primavera.
Ignoro perché sia qui.
Mi guardo intorno.
Non conosco nessuno.
Non ho bagagli.
Nessuno libro.
Nessun ricordo.
Le scarpe da tennis sporche.
Cammino seguendo il flusso di persone.
I volti mi sono insignificanti.
I colori sbiadiscono e lentamente il mondo assume un viraggio ciano.
Passeggio senza meta chiedendomi quando mi sveglierò.
Imbocco un corridoio grigio; ai lati delle vetrate, oltre le quali persone sedute attendono la partenza.
Bambini giocano, adulti controllano l’ora.
Cammino.
Corridoi, vetrate, sale d’aspetto.
Corridoi, vetrate, sale d’aspetto.
Mi arresto improvvisamente, senza motivo apparente.
Un qualcosa di indescrivibile mi scuote.
L’istinto mi sussurra di voltarmi a destra.
Un uomo brizzolato è seduto oltre al vetro.
Corpo magro, volto scavato.
Le braccia conserte; le dita tamburellano i bicipiti.
Il polpaccio destro appoggiato al ginocchio sinistro.
Rughe solcano un viso abbronzato e lo sguardo è oltre il materiale.
Lo conosco, ma non riesco a dargli un’identità.
Mio padre forse?
Mi avvicino alla vetrata che repentina percepisce il mio alito.
Non è mio padre.
Una voce interiore vibra ed esclama la risposta.
Sono io.
Vedo me stesso seduto in attesa del viaggio.
Tutto svanisce nel bianco.
Mi sveglio.
Lui non mi ha visto.

Strada

La strada scura.

Notte senza stelle, senza luna, senza suoni.

Lampioni accesi; la luce colpisce l’asfalto rischiarandolo.

Il nastro bianco brilla.

Sono in auto, mi dirigo verso casa.

Conosco la strada; percorsa migliaia di volte.

Tutto mi è familiare.

Semafori rossi e verdi, incroci ed aiuole.

 

Imprimo velocità all’auto, poi rallento entrando nell’ultima rotonda.

Volto nella prima via a destra.

Sono a poche centinaia di metri da casa.

Inspiegabilmente mi ritrovo in un punto lontano della circonvallazione.

In un attimo sono tornato indietro di chilometri.

Nuovamente ripercorro la via.

Gli stessi lampioni, la medesima luce.

Il silenzio invade il vano motore; la radio è muta, le ruote non stridono.

Semafori verdi e rossi.

Rallento, accelero.

La rotonda e la via di casa.

 

Un’altra volta mi ritrovo lontano.

Ripercorro la strada.

Non c’è luna.

Non ci sono stelle.

Silenzio.

Un loop inesorabile, ma ogni volta più veloce.

Talmente rapido che ad un certo punto tutto si fonde nel grigio dell’asfalto e nel giallo dei lampioni.

Le mie mani sul volante.

I miei occhi nello specchietto retrovisore ammantati di paura.

Dov’è casa?

Notte invernale

Non ho ricordi distinti

Notte ed i lampioni accesi che proiettano luce gialla sulle antiche mura. Nessuna stella in cielo, la luna oscurata dalle nubi, il vento è quieto. Silenzio spezzato da passi in scarpe invernali. Abiti scuri e volti coperti di lana. Occhi arrossati dall’emozione lanciano rapide saette cercando l’altra persona. Sorrisi complici si addentrano nel borgo addormentato. Solcati gradini di pietra; una balaustra lascia passare l’odore del mare sottostante. Luccichii di spuma biancastra. Lo scroscio di una fontana rimbalza sulle parole che escono soffuse; impaurite dal poter alterare lo stato delle cose. Un campanile si erge sicuro, una panchina attende. Le dita ballano una danza sensuale. Si sfiorano, si cingono. L’orizzonte mare è infinito. Limpide luci di pescherecci lo rischiarano.

La pelle vibra.

La carovana

 

“Dov’è mia madre?”

Una strada polverosa taglia in diagonale una gola tra due montagne.

Il sole brucia le sterpaglie ai lati ed una carovana di migliaia di persone lentamente cammina.

I corpi difesi da abiti insudiciati ed i volti scuri di fatica.

Un uomo fermo scruta la coda della carovana.

In mano ha una borsa bianca ed il pugno destro la serra con preoccupazione.

“Dov’è mia madre?” ripete.

L’uomo aguzza la vista, ma non la vede.

Una serie di dubbi lo assalgono.

“Era davanti a me? Oppure dietro? Quando l’ho vista l’ultima volta?”

Uno sciame di urla lo riporta alla realtà, le prime persone hanno raggiunto la fine del canyon, da quel punto si estende il deserto.

Un mare giallo a perdita d’occhio, ma le persone ridono, sono felici perché la sabbia ardente rappresenta l’ultimo ostacolo di un viaggio infinito.

L’uomo ansima e ritorna indietro nel tempo, a quando tutto ciò era iniziato.

Al sapore della pelle, alle risate, ai capelli scuri ed agli occhi sensuali.

A quella borsa verde militare, al viaggio durato il tempo di una luna con una donna oramai divenuta un’ombra. Infine una telefonata giunta sette anni in ritardo: “Sei padre, tua figlia ti aspetta. Ha i capelli ricci e gli occhi verdi. Sto morendo.”

Stanco, bruciato dal sole, gli occhi indemoniati di sabbia. Si maledice perché non trova più la madre che a tutti i costi lo aveva voluto accompagnare in questo infame viaggio a piedi per abbracciare una sconosciuta; per estirparla dalla sofferenza.

Portarla a casa e vederla crescere serena in riva al mare.

Solo, maledettamente solo ed in compagnia di dubbi.

“Dove sei madre? Devo tornare indietro o vado avanti?”